
Considerato il fondatore della commedia americana e fra i maestri del genere noir,
Billy Wilder ha diretto oltre trentacinque film e scritto più di settanta sceneggiature in cinquant'anni, operosità che gli ha fatto guadagnare la reputazione di regista e sceneggiatore tra i più creativi ed eclettici nella storia del cinema.
Samuel Wilder nasce a Sucha Beskidzka, città della Galizia Austro–Ungarica (oggi Polonia), il 22 giugno del 1906. Inizia i suoi studi a Vienna e negli anni Venti si trasferisce a Berlino, dove comincia a collaborare come giornalista prima di avvicinarsi alla scrittura di sceneggiature cinematografiche.
A causa delle sue origini ebree, all’indomani della salita al potere di Adolf Hitler, il giovane Wilder è costretto ad espatriare a Parigi dove debutta come regista, realizzando un unico film prima di emigrare negli Stati Uniti: “Amore che redime”, diretto insieme a Alexander Esway (1934), una commedia che mette in scena alcuni tratti del regista, dalla passione per le automobili a quella per le cravatte particolari fatte indossare agli attori.
Negli USA, Wilder continua la sua attività di sceneggiatore e lo fa insieme ad altri due emigrati di origine tedesca, l'attore Peter Lorre ed il regista Ernst Lubitsch (che sarà suo eroe e fonte d'ispirazione durante tutta la carriera): il successo è tale da ottenere, nel 1939, la prima nomination all'Oscar per il film “Ninotchka”, interpretato da Greta Garbo.
Nel 1942, firma il suo primo successo americano “Frutto proibito”, interpretato da Ginger Rogers e sceneggiato insieme a Charles Brackett. Nello stesso anno ottiene altre due nomination all'Oscar per la sceneggiatura dei film “Venere e il professore” e “La porta d'oro”, che gli valgono la fama di uno dei più brillanti scrittori di Hollywood.
Al thriller “I cinque segreti del deserto” del 1943, segue nel 1945 la prima nomination per la regia, grazie al noir “La fiamma del peccato” (1944): il film, tratto dal romanzo omonimo di James C. Cain, vede partecipare alla sceneggiatura un esordiente Raymond Chandler.
Nel 1945 dirige il drammatico “Giorni perduti” in cui, per la prima volta nel cinema, la figura dell’"ubriacone" non assume più tratti comici, ma viene raccontata in modo passionale e complesso: il film vince quattro Oscar, due dei quali per la sceneggiatura e la regia; viene premiato anche al primo Festival di Cannes nel 1946 con il Grand Prix Speciale della Giuria e ottiene il Golden Globe per il miglior regista. Nello stesso anno Wilder si aggiudica i primi due Oscar alla carriera.
Dopo aver partecipato, nel 1947, alla sceneggiatura de “La moglie del vescovo” per la regia di Henry Koster, firma nel 1948 il giallo “Scandalo internazionale”, al quale segue “Il valzer dell’imperatore”, blando tentativo screwball comedy che non convinse neanche Wilder stesso.
Il talento cinematografico del regista è sfruttato nel capolavoro del 1950 “Viale del tramonto”, un noir caustico che mostra una Hollywood decadente, popolata da "relitti" del grande schermo e dalle loro storie di vita, di morte e di follia. L’opera vince l’Oscar per la sceneggiatura e per la colonna sonora, firmata da Franz Waxman, e un Golden Globe alla regia.
Dopo il drammatico e cinico “L’asso nella manica” del 1951, Wilder inizia a dedicarsi alla commedia americana, partendo da un tema tragico come quello della guerra, che tratta in modo scanzonato ed incline all'antieroismo; nonostante le critiche, “Stalag 17 - L'inferno dei vivi” (1953), ottiene una nomination all’Oscar per la regia.
Billy Wilder si consacra alla commedia leggera nel 1954 con “Sabrina”, una pellicola romantica ed ironica, quanto capace di profonde critiche alla società borghese, che vede protagonista la deliziosa Audrey Hepburn: il film si porta a casa l’Oscar per i costumi, realizzati da Edith Head, e un Golden Globe per la migliore sceneggiatura. Nello stesso anno dirige un altro indimenticabile capolavoro, “Quando la moglie è in vacanza” con Marilyn Monroe, che tratta il tema dell'adulterio in modo volutamente ambiguo, per non sollevare la censura del Codice Hays, al quale il cinema era sottoposto.
“L’aquila solitaria” del 1956 è la prima ed unica pellicola di Wilder ad essere girata in esterni, per volere della produzione che confezionò il film su misura per l’attore ormai in declino James Stewart. Nel 1957 la Hepburn torna sul set di Wilder per interpretare “Arianna”, commedia tratta da un romanzo di Claude Anet e sceneggiata insieme a I.A.L. Diamond, con il quale si avvia una collaborazione duratura e prolifica. Nello stesso anno lo splendido giallo “Testimone d’accusa”, adattamento di Wilder e Harry Kurnitz del dramma di Agata Christie, interrompe il filone legato alla commedia americana senza però mettere via alcune costanti come, fra le altre, il travestimento, gli equivoci, le tematiche dell’inganno e della maschera.
Tutti elementi che Wilder riutilizza nel 1959 per realizzare la commedia, lodata dalla critica, “A qualcuno piace caldo”, che si aggiudica l’Oscar per i costumi. Anche il successivo “L'appartamento”, diretto nel 1960 e sceneggiato sempre con Diamond, è vincitore di cinque premi Oscar, nonché del BAFTA ( British Academy of Film and Television Arts) nel 1961 e della prestigiosa Coppa Volpi al Festival di Venezia, grazie all’interpretazione di Shirley MacLaine. Nello stesso anno riscrive la sceneggiatura di “Ninotchka” di Lubitsch, ormai diventato un classico, per il film TV diretto da Tom Donovan.
Wilder segna il cinema degli anni Sessanta con le sue commedie intelligenti, sempre più rivolte a temi politici e sociali ai quali il regista guarda con gli occhi della satira: in “Uno, due, tre!” del 1961 (sceneggiatura insieme a Diamond) si dà alla pièce teatrale di Ferenc Molnár un tocco di ironia anticomunista, per mezzo di una pungente descrizione della Berlino appena divisa dal muro.
Sono gli anni Sessanta e la crisi del cinema hollywoodiano incombe: le sue stelle rischiano di cadere senza aver lasciato degni successori. Con “Irma la dolce” del 1963, Wilder “prende il comico sul serio” realizzando una commedia che, per il fatto di essere così vicina al dramma, costituisce un primo esempio di contaminazione dei generi e, ancora di più, è testimone di una cinematografia non ancora morta.
Nel 1964 dirige un’altra brillante commedia degli equivoci, “Baciami, stupido”, non apprezzata dal pubblico ma universalmente decretata tra i migliori lavori di Billy Wilder. Così come il successivo “Non per soldi...ma per denaro” del 1966, che fa ottenere al giovane Walter Matthau l’Oscar come migliore attore non protagonista. Nel 1967 lavora alla sceneggiatura di “James Bond 007 - Casino Royale” di John Huston, per poi tornare dietro la macchina da presa nel 1970 per realizzare "Vita privata di Sherlock Holmes”, dove il celebre personaggio viene ritratto in modo vulnerabile e umano (per la prima volta s’innamora e non risolve il caso).
Negli anni Settanta Wilder ha un freno produttivo, continuando comunque a firmare ottime commedie ricche di satira: in “Che cosa è successo tra mio padre e tua madre? – Avanti!” del 1972, insiste ancora una volta sul tema dell’adulterio, per prendere in giro la società americana e le sue contraddizioni.
Già premiato in passato per l’importante contributo alla cinematografia internazionale, il regista riceve, nel 1972, anche il Leone d'Oro alla carriera nell’ambito del Festival di Venezia. L’anno successivo Wilder tira fuori dal cassetto la sceneggiatura per il film TV “Double Indemnity”, che era stata creata nel 1944.
Il successivo film “Prima pagina” del 1974 ottiene il David di Donatello nel 1975 e la coppia Lemmon - Matthau diventa espressione eccellente della comicità del regista. Segue nel 1978, "l’opera testamento" di Billy Wilder: la penultima pellicola scritta insieme all’inseparabile Diamond “Fedora” ricalca alcuni elementi del capolavoro “Viale del tramonto”, concentrandosi molto di più su certi aspetti introspettivi, volti ad affrontare il tema della morte.
Nel 1981 dirige ancora “Buddy Buddy”, una commedia noir ampiamente influenzata dalla televisione e, in seguito, sarà proprio per il piccolo schermo che, nei panni di sceneggiatore, il maestro del cinema americano saluta il suo pubblico con il film TV “Testimone d'accusa”(1982).
Billy Wilder muore il 27 marzo del 2002 a Los Angeles. Ad assisterlo durante la grave polmonite che ne causerà la morte, è la seconda moglie Audrey Wilder, conosciuta sul set di "Giorni perduti" e sposata nel 1949.
(Francesca Tortorella)