
Leggendario regista e sceneggiatore, ha saputo come pochi altri ritrarre l’Italia del boom economico prima e della recessione poi, stigmatizzando e irridendo i comportamenti, gli atteggiamenti, le ossessioni e l’immaginario collettivo della borghesia e dei giovani. Ricordato per pellicole quali “Il sorpasso”, “I mostri”, “In nome del popolo italiano” e “Profumo di donna”, è spesso stato criticato per un carattere non facile e scontroso. Solo negli ultimi anni ha ricevuto i riconoscimenti che merita per la sua straordinaria carriera.
Dino Risi nasce a Milano da una famiglia relativamente agiata il 23 dicembre 1916. Nonostante le insistenze dei genitori che lo vorrebbero convincere ad intraprendere la carriera di psichiatra, lascia gli studi poco dopo la laurea in medicina per avvicinarsi al cinema.
Durante i primi anni ’40 è assistente alla regia di Mario Soldati in “Piccolo mondo antico” e di Alberto Lattuada, con il quale collabora alla pellicola “Giacomo l’idealista”. Negli anni della guerra ripara in Svizzera, dove rimane per qualche tempo. Quando avviene l’armistizio si trova ancora a Ginevra, proprio in quella città – infatti – sta seguendo un corso di regia tenuto da Jaques Feyder. Tornato a Milano, scopre una città profondamente segnata dalla guerra e dall’occupazione nazista, anche se già piena di quelle forze propulsive che caratterizzeranno la ripresa economica e sociale degli anni ’50.
Risi decide di abbandonare definitivamente la professione medica: riprende a scrivere di cinema su diversi quotidiani e riviste e, nel 1948, gira il suo primo cortometraggio. “Barboni” si occupa della disoccupazione a Milano, evidenziando fin dall’esordio l’attenzione profonda per le tematiche sociali che caratterizzerà costantemente l’attività di Dino Risi. A questo lavoro segue il più famoso “Buio in sala”, prima riflessione sul cinema come “maestro di vita”, che gli frutterà anche un discreto guadagno, visto che la pellicola sarà acquistata dal produttore Carlo Ponti per la cifra non indifferente di due milioni di lire. Parallelamente Risi continua a scrivere recensioni e sceneggiature, collaborando con Steno, Camerini e ancora con Lattuada.
A questo punto decide di trasferirsi a Roma. Ha 35 anni e si sente pronto per il grande passo. È diventato padre di Marco, si sente più preparato grazie anche ad una lunga gavetta che lo ha portato a misurarsi con differenti aspetti del mondo del cinema, ottenendo apprezzamenti sinceri per la sua opera di documentarista. Nel 1952 dirige il suo primo lungometraggio di successo, “Vacanze con il gangster”, al quale fanno seguito nel 1955 “Il segno di Venere” e “Pane, amore e...”, mentre nel 1956 gira “Poveri ma belli”.
Le commedie di Risi sono già distinte da un peculiare velo di amarezza e di disincanto, che si accentuerà nel tempo sfociando a volte in un vero e proprio cinismo. È proprio grazie a queste caratteristiche, però, che il regista milanese sarà unanimemente riconosciuto come uno dei maestri della cosiddetta “commedia all’italiana”.
A partire dai tardi anni ’50 – anche per via di una solida preparazione scientifica che ne facilità l’analisi comportamentale degli italiani – realizza una serie di perfetti affreschi di vita quotidiana, prevalentemente urbana, descrivendo con ironia se non con sarcasmo i mutamenti sociali e i comportamenti della gioventù e della piccola borghesia, suoi bersagli preferiti.
Si lega artisticamente a sceneggiatori molto validi, come Festa Campanile e Franciosa, e potrà avvalersi dei migliori interpreti del panorama artistico nazionale. Sarà proprio Dino Risi ad inventare inedite parti drammatiche per Alberto Sordi o ad intuire – insieme a Monicelli – le enormi potenzialità di Vittorio Gassman, allora considerato non solo troppo altezzoso e antipatico, ma inadatto a ruoli da protagonista sul grande schermo.
“Il vedovo”, interpretato da Sordi nel 1958, rappresenta il momento di passaggio da un cinema più leggero – a tinte rosa – ad uno maggiormente impegnato e corrosivo. L’attore romano si cala perfettamente nel ruolo di un industriale che tenta di uccidere la moglie per intascarne l’eredità e far fronte ai propri debiti. Seguiranno “Il mattatore”, con Vittorio Gassman e “Una vita difficile” ancora con Alberto Sordi affiancato, questa volta, da Lea Massari.
Sono ormai arrivati gli anni ’60. Il boom economico sta per lasciare il passo alla stagione della contestazione e della recessione, il benessere, legato soprattutto al consumismo di stampo americano, sta stravolgendo comportamenti e stili di vita secolari – come sottolineato con preveggenza da Pier Paolo Pasolini – senza apparentemente offrire valide alternative che non siano, per l’appunto, importate dall’estero.
Questo senso di smarrimento viene condensato in uno dei capolavori della cinematografia italiana: “Il sorpasso”. Gassman e Trintignant interpretano una storia agrodolce, priva del solito lieto fine, in cui si misurano e si contaminano le due facce della stessa medaglia, l’arrogante, arrivista e sfrontato Bruno e il timido e riservato Roberto.
Risi – come molti dei cineasti della sua generazione – non si limita ad aspettare le improvvisazioni dei grandi attori, ma spinge il ruolo del regista al centro della scena, innovando tecnicamente le riprese, dando maggior ritmo, aprendo i campi al movimento e all’azione. “Il sorpasso” può essere considerato il primo “road movie” italiano, dove l’auto – sono gli anni ’60 dell’esplosione delle utilitarie – è protagonista tanto quanto gli attori, così come lo è realmente nella vita di milioni di italiani. Gassman, in una celebre battuta, dirà:
“Io bene come in macchina non ci sto in nessun posto”. Il film avrà un successo enorme, grazie anche alla sceneggiatura di Scola e Maccari, diventando, man mano che lo sguardo si allontana, l’emblema stesso di quel periodo storico.
Ne “I mostri”, del 1963, si dimostra invece come fare ottimo cinema con episodi brevissimi, folgoranti, che cristallizzano in pochi minuti un comportamento, un’ossessione, un’anomalia o un atteggiamento dell’italiano medio. Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman – che con Risi girerà ben quindici titoli compreso uno strepitoso “Profumo di donna” nel 1974 – si dividono il palcoscenico in un perfetto equilibrio di gesti, facce e parole. Questi sono gli anni in cui la carriera del regista milanese è all’apice.
Seppur snobbato dai grandi premi internazionali, i successi di pubblico e di critica non mancheranno mai, anche se solo ultimamente si può comprendere appieno con quanta profondità e veridicità Risi abbia saputo tratteggiare il Bel Paese di quel periodo. “Operazione San Gennaro”, “Straziami ma di baci saziami”, “La moglie del prete”, “In nome del popolo italiano”, “Profumo di donna” e “Telefoni bianchi” sono solo alcuni dei titoli che contribuiranno a farne crescere la leggenda, fino a far entrare di diritto Risi tra i grandissimi del nostro cinema.
Per tutti gli anni ’80 continua a lavorare, dirigendo sullo schermo personaggi comici già affermati quali Beppe Grillo, Johnny Dorelli o Lino Banfi. Incurante della critica e dei giudizi altrui, Dino Risi prosegue per la sua strada, tenendo fede ad una personalità dai contorni cinici, scomodi e vagamente misantropi.
Solo col 1993 arrivano i primi riconoscimenti dall’estero. Il Festival di Cannes gli dedica una retrospettiva selezionando le sue quindici opere giudicate più rappresentative, seguito con una decina d’anni di ritardo da Venezia, che gli riserva nel 2002 il Leone d’oro alla carriera. Nel 2004 è la volta dell’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce, che il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi gli consegna il 2 giugno.
Gli ultimi anni sono stati contrassegnati da una progressiva perdita degli affetti, lui stesso confesserà:
“Mi sento come un inquilino abusivo. Sono rimasto senza amici. Erano tutti più giovani di me e se ne sono andati prima di me, Gassman, Fellini, Zapponi, Lapegna, Tognazzi, Mastroianni, Sordi, Manfredi. Non so più con chi parlare. Il linguaggio dei giovani è insopportabile”.
Anche per questo vive da circa trent’anni in un residence:
“ormai è casa mia, senza il disturbo di parenti o amici e senza le noie del condominio. Ho sempre desiderato vivere in albergo e il residence è come un albergo: non vedo nessuno, sono completamente solo, come in una piccola isola”.
All’età di novant’anni ha comunicato, tramite l’agenzia Ansa, la propria volontà di ritirarsi:
“col cinema ho chiuso”, ha dichiarato,
“vorrei avere la forza e anche la sfacciataggine di Monicelli, che a 92 anni va avanti senza paura, ma oggi è molto difficile mettere insieme un film”.
(
Martino Corazza)