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Fernando Di Leo

N/A - Attore (5), Regista (18), Sceneggiatore (32)

photo"Paradossalmente uno dei film più violenti che abbia visto, nel vero senso della parola, è "Umberto D." di De Sica, non certo quei film dove una bomba smembra un uomo, che è soltanto un effetto speciale, o un coltello gioca in una ferita, che altro non è se non carne bovina, a distanza ravvicinata".


Questa frase di Di Leo, pronunciata da veterano del cinema italiano, sembra rispecchiare, almeno simbolicamente, il pensiero di un autore che per lunghi anni ha mostrato nelle sue pellicole scene di una violenza esasperata. Immagini non fini a sé stesse o guidate dall'intento ludico della spettacolarità, ma realizzate per mostrare, quasi in maniera neorealista, scorci di vita vera, di ambientazioni e situazioni appartenenti ad un Italia per così dire sommersa.

Fernando Di Leo nasce a San Ferdinando in Puglia, in provincia di Foggia, nel 1932 da una famiglia della media borghesia. Figlio di avvocati, fin dalla giovane età svela delle particolari doti nei confronti del mondo della scrittura vincendo ad appena diciannove anni la Coppa Murano per il testo "Luce del tuo corpo e l'occhio". La passione per la scrittura e per il cinema lo portano ad iscriversi al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma dove inizia a frequentare gli ambienti e i personaggi che compongono quel fitto quadro che è il paesaggio cinematografico italiano del secondo dopoguerra. Affascinato dalla rivoluzione italiana del genere spaghetti-western inizia collaborare, seppure non accreditato, alla stesura delle sceneggiature di "Per un pugno di dollari" e di "Per qualche dollaro in più" di Sergio Leone. Il passaggio alla regia è quasi spontaneo ed avviene nel 1963 con "Gli eroi di ieri...oggi...e domani", episodio di "Un posto in paradiso" realizzato assieme all'amico Enzo Dell'Aquila. Nel 1968 confeziona il primo lungometraggio, questa volta da solo, dal titolo Rose rosse per il fuhrer. Di carattere schivo e certamente non incline alla mondanità romana, Di Leo è stimato dai personaggi più illustri degli anni sessanta/settanta, venendo scelto, spesso, per raddrizzare e dare forza a sceneggiature alle volte troppo posticce.

Il 1972 è l'anno della cosiddetta maturità. Di Leo presenta una vera e propria trilogia composta da "Milano calibro 9", "La mala ordina" e "Il Boss", che gettano le basi per il poliziesco nostrano, mostrando, anche attraverso l'uso di una violenza particolarmente efferata, uno splendido affresco dell'Italia all'ingresso degli anni di piombo. Iconoclasta e anticipatore di tanto cinema, Tarantino tra tutti, Di Leo si è spesso trovato ad affrontare ostacoli non di poco conto per quegli anni come la censura ed il perbenismo di una società ancora troppo acerba per poter apprezzare, senza pregiudizi, film che fanno della sensualità e della violenza i pilastri ideali sui quali poggiare l'analisi di una realtà complessa.

Altri titoli importanti della sconfinata filmografia di Di Leo sono: "I ragazzi del massacro", "Brucia ragazzo, brucia", "La seduzione", "Il poliziotto è marcio", "I padroni della città", "Diamanti sporchi di sangue" e "Razza violenta", tutti girati negli anni d'oro di un genere che poi tramonterà assieme alla fama di Fernando Di Leo, praticamente inattivo dalla metà degli anni 80 alla sua morte, avvenuta nel 2003.


(Enzo Bevar)

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