
Regista, sceneggiatore e produttore milanese, esordisce ancora studente nel campo della documentaristica legata al mondo dell’arte. Gira diversi film di impronta neorealista per anticipare in seguito, sotto molti aspetti formali e narrativi, il nuovo cinema della “commedia all’italiana”. Autore di fortunate pubblicità, acquisisce fama internazionale per i suoi cortometraggi e realizzando programmi didattici per la televisione. Dopo oltre un trentennio torna al cinema, dimostrando un’intatta capacità narrativa.
Luciano Emmer nasce a Milano il 19 gennaio 1918. Non ha ancora terminato gli studi che, insieme all’amico Enrico Gras, fonda una piccola casa di produzione cinematografica. Sono gli anni del secondo dopoguerra, ed Emmer si dedica fin dal principio a realizzare soprattutto lungometraggi di stampo documentaristico e aventi per soggetto pittori del calibro di Goya, Giotto o Bosch.
Nel 1949 gira “Domenica d’agosto”, che ottiene un buon successo di pubblico anche se sarà sottovalutato a lungo dalla critica. Emmer pone la lente d’ingrandimento sulla realtà di un’Italia uscita dalla guerra, con note di amarezza e di disincanto fatte proprie dall’esperienza neorealista. A questo film seguono anche “Parigi è sempre Parigi”, “Le ragazze di Piazza di Spagna” e “Terza liceo”, tutti con discreti risultati al botteghino.
L’interesse di Emmer si rivolge prevalentemente agli aspetti ordinari della vita della gente comune, lasciando ben presto i toni più profondi del realismo nostrano per approdare a quella che diventerà, di lì a pochi anni, la cosiddetta “commedia all’italiana”.
“Camilla”, infatti, esce nel 1954 e rappresenta un punto di svolta. Emmer abbandona il cinema che molti critici hanno bollato come intrattenimento fine a se stesso, per esplorare i risvolti più oscuri del boom economico, cogliendo tutte le potenzialità narrative di un registro più psicologico e disilluso. Con “La ragazza in vetrina”, del 1960, si chiude la prima parte della carriera cinematografica di Emmer, che riprenderà soltanto negli anni Novanta.
Parallelamente inizia a lavorare anche come regista pubblicitario, occupazione che ben presto soppianterà quella di cineasta. La sua creazione più celebre resta senza dubbio la sigla di “Carosello”, con una serie di sipari che si aprono uno dopo l’altro e che per anni resterà un’icona della televisione italiana. Sempre per questa trasmissione gira una serie di réclame con personaggi molto celebri quali Totò, Mina, Walter Chiari, Dario Fo, Alighiero Noschese, Aldo Fabrizi ed Edoardo Vianello. Si può affermare che Luciano Emmer ha, in buona sostanza, ideato il contenitore di “Carosello” così come è diventato familiare presso il grande pubblico.
Ma la sua fama oltrepassa ben presto i confini. Emmer influenza direttamente tutta la documentaristica che riguarda l’arte, inventa per la televisione italiana due trasmissioni didattiche di enorme successo, “Aimez-vous l’Italie” – nella quale intervista diversi personaggi legati al mondo dello spettacolo in visita nel nostro paese – e “Io e...”, un programma a puntate durante il quale una personalità del mondo della cultura parla di un’opera d’arte che riveste per lui un significato particolare.
La sua grande passione resta soprattutto la pittura. Dedica un fortunatissimo documentario all’opera di Pablo Picasso – “Incontrare Picasso” del 1954 – nel quale ha il privilegio e l’abilità di seguire con la cinepresa l’artista spagnolo. La sua idea di regia vede sempre al primo posto l’opera d’arte, e da lì Emmer parte per cercare di interpretarla e renderla più comprensibile attraverso le sue riprese.
Dopo una lunga parentesi torna dietro la macchina da presa per il grande schermo. Nel 1990 esce “Basta! Ci faccio un film”, presentato all’interno di una rassegna personale voluta dalla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, seguito nel 2001 da “Una lunga, lunga, lunga notte d’amore e nel 2003 “L’acqua... il fuoco”.
(
Martino Corazza)