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Mario Bava

N/A - Attore (2), Regista (27), Sceneggiatore (12), Direttore Della Fotografia (21)

photoRegista, sceneggiatore, direttore della fotografia e tecnico degli effetti speciali (ma anche operatore, montatore, produttore e attore), Mario Bava è stato tra i fondatori ed i maestri dell'horror e del thriller italiano.


Figlio d'arte (il padre Eugenio era operatore, scenografo, titolista, direttore della fotografia e curatore – tra i primi in Italia – degli effetti speciali), Bava nasce a San Remo il 31 Luglio 1914: da ragazzo studia pittura, ma cresce a stretto contatto con l'ambiente cinematografico frequentato dal padre. Questi era stato uno dei pionieri del cinema muto italiano, prima lavorando per la francese Pathé (la più importante casa di produzione dell'epoca), quindi partecipando ad importanti produzioni nazionali come "Quo Vadis?" (1912) e "Cabiria" (1914): inoltre, a partire dal 1926 era diventato il responsabile capo della fotografia e degli effetti speciali per le produzioni del prestigioso Istituto Luce.
Indeciso se assecondare la vocazione cinematografica o quella pittorica, il giovane Mario opta infine per la prima (che sarà comunque profondamente influenzata dalla seconda): a vent'anni comincia così a lavorare come assistente del padre, creando i titoli di testa e di coda delle versioni italiane di film americani e curando l'aggiunta dei sottotitoli per una serie di pellicole nazionali destinate all'estero. Eugenio insegna al figlio i segreti di un variegato mestiere artigianale che richiede passione, competenza e una pragmatica ingegnosità per ottimizzare le risorse (spesso limitate) a disposizione, onde poter soddisfare di volta in volta le richieste di registi, tecnici e produttori.

Dopo gli inizi sotto il magistero paterno, nel 1939 Mario esordisce come operatore ne "Il socio invisibile" diretto (con lo pseudonimo di Roberto Roberti) dal padre di Sergio Leone, Vincenzo; nello stesso anno dirige la fotografia di due cortometraggi diretti da Roberto Rossellini, "Il tacchino prepotente" e "La vispa Teresa".
Nel decennio successivo, oltre a curare la fotografia di alcuni film – in prevalenza commedie – per registi come Mario Costa e Pietro Francisci, firma la regia di alcuni corti: "L'orecchio" (1946), "Santa notte" (1947), "Legenda Sinfonica" (1947, codiretto con Riccardo Melani), "Anfiteatro Flavio" (1947) e "Variazioni sinfoniche" (1949).

Nel 1950, ormai affermatosi tra gli addetti ai lavori come un professionista tra i più abili ed esperti nelle tecniche di ripresa, di illuminazione e nella creazione degli effetti speciali (ottenendo sempre risultati eccellenti con costi risicati), viene assunto come direttore della fotografia dalla Lux Film (in quegli anni la maggiore casa di produzione italiana), partecipando alla realizzazione di molte pellicole e lavorando al fianco di affermati registi come Dino Risi, Luciano Emmer, la coppia Steno-Monicelli, Mario Camerini, Georg Wilhelm Pabst e Jacques Tourneur.

Nel 1957 collabora con l'amico regista Riccardo Freda a quello che viene considerato il primo horror italiano nell'era del sonoro, "I vampiri": girato con scarsissimi mezzi in sole due settimane, frutto di una scommessa tra il regista e i produttori (quella di riuscire, appunto, a realizzare un horror con un budget irrisorio ed in pochi giorni), il film si segnala per i contributi di Beni Monteresor – alle scenografie – e dello stesso Bava, autore della fotografia (perfetta nell'evocare un'atmosfera lugubre e perturbante) e degli effetti speciali (culminanti nello strepitoso invecchiamento della protagonista, realizzato senza stacchi di montaggio grazie ad un efficacissimo gioco luministico). Inoltre, benché non accreditato, Bava dirige personalmente alcune integrazioni decise dai produttori (l'aggiunta di una sottotrama poliziesca e di un lieto fine) contro la volontà di Freda, che a seguito di queste imposizioni – volte a stemperare la cupa dimensione onirica del film – aveva abbandonato il set.

Quello de "I vampiri" non sarà l'unico caso in cui il cineasta sanremese, oltre a curarne la fotografia e gli effetti speciali, terminerà (sempre non accreditato) film affidati ad altri registi, poi allontanatisi (o allontanati) nel corso delle riprese a causa di dissidi con la produzione: accadrà nuovamente – fra gli altri – per "Le fatiche di Ercole" (1958) ed "Ercole e la regina di Lidia" (1959) di Pietro Francisci, per "Caltiki - Il mostro immortale" (1959, sempre di Freda) e per "La battaglia di Maratona" (1959) di Tourneur.

È proprio il "salvataggio" de "La battaglia di Maratona" che permette a Bava di esordire ufficialmente alla regia: per sdebitarsi con lui infatti, i responsabili della compagnia Galatea (coproduttrice del film) gli offrono la possibilità di dirigere un'opera a sua scelta – benché con un finanziamento minimo. Nel 1960 esce così "La maschera del demonio", che – assieme a "I vampiri" – è considerato l'iniziatore dell'horror gotico italiano e che diviene in poco tempo un successo internazionale (al punto da incassare molto più all'estero che in patria).

Ispirata ad un racconto fantastico del grande scrittore russo Nikolaj V. Gogol' ("Il Vij", 1835) la pellicola è assai notevole e si fa apprezzare soprattutto per il clima malsano e angosciante evocato dalla messa in scena, grazie ad una fotografia molto suggestiva ed ai notevoli effetti speciali (opera – al solito – dello stesso regista). Il film inoltre permette alla giovane protagonista, l'attrice inglese Barbara Steele (impegnata in un duplice ruolo), di affermarsi presso il grande pubblico e diventare in seguito l'interprete più richiesta dalle produzioni horror italiane.

L'anno seguente Bava ottiene un altro grande successo dirigendo "Ercole al centro della Terra", un film di genere mitologico-avventuroso (il cosiddetto peplum, allora molto in voga) che il regista contamina di robuste venature orripilanti (supportate dalla sua consueta maestria nella creazione degli effetti speciali) e che rimane tra i migliori esempi della categoria; nello stesso anno gira anche l'avventuroso "Gli invasori" e completa le riprese del fantastico "Le meraviglie di Aladino" di Henry Levin.

Nel 1962, con il thriller "La ragazza che sapeva troppo", getta le basi di un vero e proprio genere (il cosiddetto "giallo all'italiana") che – col pupillo Dario Argento – lo vedrà tra i principali esponenti, molto noti ed apprezzati anche all'estero (particolarmente in Francia, dove Bava viene accostato addirittura a Federico Fellini).

Nel 1963 licenzia due film, "La frusta e il corpo" (con lo pseudonimo di John M. Old, che utilizzerà altre volte nel corso della carriera) e "I tre volti della paura": il primo è un horror macabro che ha dei problemi con la censura per la violenza sadica di alcune scene, il secondo un film a episodi con un prologo ed un epilogo di carattere metacinematografico – alquanto insolito per l'epoca – in cui l'attore Boris Karloff (protagonista del segmento centrale) all'inizio si rivolge direttamente agli spettatori per presentare il film e nel finale, mentre sta attraversando a cavallo una foresta, squarcia il velo della finzione mostrando l'illusorietà della scena che sta interpretando (l'attore infatti si trova in un set sopra un fantoccio, mentre alcuni tecnici agitano sotto di lui delle frasche per simularne la corsa).

Del 1964 è "Sei donne per l'assassino" – nuovamente bersagliato dalla censura – in cui il regista porta a perfetto compimento la codifica del giallo (iniziata come osservato con "La ragazza che sapeva troppo"), definendo quelle coordinate contenutistiche e formali che diverranno la grammatica di riferimento del genere (basti pensare al primo film di Argento, "L'uccello dalle piume di cristallo"). Elementi cardine di questa grammatica sono, tra gli altri: il ricorso a storie di carattere poliziesco, con un enigma – risolto solo nel finale – che lo spettatore è invitato a sciogliere seguendo le indagini del protagonista; la tensione costante ed il ritmo serrato che improntano la narrazione (anche a scapito della verisimiglianza e della coerenza delle vicende rappresentate); la predilezione per tematiche legate a forme di patologie estreme (perversioni sadiche, gravi traumi psicologici, complessi psicotici); l'attenta costruzione delle efferate scene di morte violenta (autentici vertici espressivi di questi film), in virtù di un approccio che intende sublimare la "realtà" del delitto (e quindi la sua dimensione etica) verso una pura ricerca estetica, slegata da un qualsiasi contesto che non sia quello eminentemente filmico; le movenze fantasmatiche del colpevole (la cui marca stilistica è la soggettiva in piano sequenza), uno spietato assassino senza volto spesso vestito con impermeabile e guanti di pelle nera; l'utilizzo consapevole delle componenti formali dell'immagine (dal colore all'illuminazione, dal taglio delle inquadrature ai movimenti di macchina etc.) per stimolare l'interesse e l'emotività del pubblico.

Dopo uno spaghetti western ("La strada per Fort Alamo", 1964), nel 1965 Bava – tra i primi in Italia – affronta la fantascienza con "Terrore nello spazio": ancora una volta, la qualità del film è inversamente proporzionale all'esiguità del budget ed il regista realizza un piccolo gioiello che, nella sua commistione di sci-fi ed horror, ispirerà l'"Alien" di Ridley Scott. Il film segna anche l'esordio come assistente alla regia del figlio di Mario, Lamberto, che in seguito collaborerà spesso col padre prima di diventare egli stesso regista.

Il 1966 è l'anno de "Le spie vengono dal semifreddo" (parodia spionistica con Franco Franchi e Ciccio Ingrassia) ma soprattutto di "Operazione paura", tra le migliori opere del Nostro: girato in poco meno di due settimane, è un horror gotico ricco di sorprendenti invenzioni visive (con cui Bava dà forma alle allucinazioni patite dai protagonisti), che in largo anticipo su una pratica in seguito adottata in molti film (ed oggi ridottasi a stanco cliché) elegge a terrorizzante veicolo del male una bambina fantasma (in realtà il figlio del portiere del palazzo in cui abitava il regista).

Con il più alto finanziamento di cui potrà mai disporre lungo tutta la sua carriera, nel 1967 gira "Diabolik" (ispirato ai personaggi del noto fumetto ideato dalle sorelle Giussani) mescolando una comicità farsesca ad una messa in scena variopinta, in stile pop art; l'anno seguente dirige l'episodio "Polifemo" e collabora agli effetti speciali per l'apprezzata serie tv "L'Odissea" di Franco Rossi e Piero Schivazappa.

Dopo "Cinque bambole per la luna d'agosto" (sorta di versione horror del romanzo "Dieci piccoli indiani" di Agatha Christie) e "Il segno rosso della follia" (un thriller spesso venato di humour nero, tra i meno cruenti della sua produzione), entrambi del 1970, nel '71 firma "Reazione a catena" (noto anche come "Ecologia del delitto"): precursore del filone slasher (termine che designa quegli horror-thriller con protagonista un maniaco omicida che uccide con armi da taglio), quest'ultimo spopola in America (dove ispirerà la serie "Venerdì 13") ed è tra i migliori di Bava "per l'intreccio di intenzioni alte e di pratiche basse, serietà metafisica e ironia sdrammatizzante, bellezza formale e grand-guignol" (Alberto Pezzotta).

Tra gli altri suoi lavori, l'ultimo dei quali sarà il film tv "La Venere d’Ille" (codiretto con Lamberto l'anno prima della morte, avvenuta il 25 Aprile 1980 a seguito di un attacco cardiaco), si possono ricordare "Gli orrori del castello di Norimberga" (1972, ironico e ricco di autocitazioni) e "Shock" (1977, anch'esso parzialmente affidato al figlio e quasi un omaggio all'allievo Argento).
Una menzione particolare infine spetta all'ottimo thriller "Cani arrabbiati" (1974, tra i modelli del capolavoro tarantiniano "Le iene"), mai giunto sugli schermi a causa del fallimento della casa di produzione e rieditato nel '95 col titolo di "Semaforo rosso". Girato in gran parte nell'abitacolo di un'auto e caratterizzato da un realismo crudo e sgradevole, è un'opera in cui "Bava rinuncia ai barocchismi dell'horror e gira un noir on the road, quasi in tempo reale, violento e beffardo, agghiacciante ma non cinico, nel quale esprime il suo pessimismo nei confronti degli esseri umani" (Paolo Mereghetti).

Cineasta controverso, molto amato dal pubblico ma snobbato dalla critica italiana coeva (a differenza – come accennato – del plauso tributatogli da quella estera), benché si sia sempre definito un semplice artigiano Bava può certamente essere considerato un autore a tutto tondo, dotato di uno stile riconoscibilissimo che ha saputo far scuola, lodato e citato da registi del calibro di Martin Scorsese, Tim Burton, Joe Dante e John Landis (oltre ai già citati Fellini, Tarantino e – naturalmente – Argento, che si avvalse della collaborazione di Bava per gli effetti speciali di "Inferno").

Spesso alle prese con sceneggiature modeste ed interpreti non eccelsi (pur avendo diretto anche autentiche star dell'horror quali Christopher Lee, Boris Karloff e Vincent Price), Bava ha sempre seguito una precisa idea di cinema in cui – ben consapevole dei generi praticati – l'obiettivo principale era essenzialmente il turbamento emotivo dello spettatore. È importante ribadire come quel senso di angoscia e tensione costante – quasi una sorta di ossessivo basso continuo – che si avverte nella maggior parte dei suoi film (segnati peraltro da frequenti spunti ironici) sia sempre il risultato di una precisa "sinergia formale", nella quale ciascun elemento (dalle luci alle scenografie ai movimenti di macchina) contribuisce al raggiungimento dell'effetto desiderato. I cromatismi accesi e l'illuminazione contrastata (spesso in funzione astratta e antinaturalistica), l'utilizzo dello zoom e del fuori fuoco, la mobilità della cinepresa abbinata all'uso del piano sequenza (cioè di una lunga inquadratura senza stacchi di montaggio) sono alcuni tra gli stilemi baviani più ricorrenti e celebrati, così come il ricorso costante alla dimensione narrativa del fantastico (in cui è arduo distinguere tra realtà e sogno, tra il carattere naturale – cioè razionalmente spiegabile – o piuttosto soprannaturale degli eventi rappresentati).

Ed è stato proprio quest'uso – particolarmente attento e consapevole – delle componenti proprie dello specifico filmico a determinare la grandezza e l'importanza di Mario Bava nella storia del cinema, italiano ed internazionale.


(Andrea Diamante)

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