La mia intera vita sono stati i film e la religione. Questo è tutto. Nient’altro. -
Martin ScorseseMartin Scorsese, attore, sceneggiatore e regista statunitense di origini italiane, è considerato come uno dei cineasti più influenti e rappresentativi degli ultimi trent’anni. Stilisticamente ricercato e visivamente superbo, deve la propria fama alla capacità di rielaborare le influenze acquisite durante la giovinezza, neorealismo, Nouvelle Vague e cinema indipendente americano, in una sintesi originale e innovativa, focalizzando l’attenzione su personaggi emarginati, violenti ed ambigui, perennemente in cerca di riscatto. Vero cinefilo, partecipa attivamente alla conservazione del patrimonio filmico mondiale, impegnandosi anche in cause politiche come quella a favore dell’indipendenza del Tibet. Dopo quasi quarant’anni di carriera, ha vinto il suo primo Oscar come miglior regista solo nel 2007.
Martin Marcantonio Luciano Scorsese nasce a Flushing, Long Island, il 17 novembre 1942. La sua è una famiglia di radici italiane, i nonni paterni – infatti – sono originari della Sicilia, terra dalla quale emigrarono agli inizi del XX secolo. Il padre, Luciano Charles Scorsese, e la madre, Caterina Cappa, vivono nel Queens, ma si trasferiscono ben presto nella Little Italy newyorkese, a ridosso di Manhattan Lower East Side, luogo nel quale Martin cresce combattendo un’ostinata forma d’asma bronchiale. La forzata inattività e l’impossibilità di praticare i passatempi tipici dei suoi coetanei avvicinano il piccolo Scorsese al cinema, passione che permarrà tutta la vita e che ne segnerà la prestigiosa carriera. Infatti non solo trascorre interi pomeriggi nelle sale di New York assistendo alle proiezioni di film quali “Le quattro piume” di Zoltan Korda o “Paisà” di Roberto Rossellini, ma ama anche disegnare – fin dalla prima adolescenza – le scene dei soggetti che ha in testa, accontentandosi di sviluppare le idee attraverso il tratto grafico vista la scarsità dei mezzi che ha a disposizione.
Compie gli studi nel Bronx, accostandosi con particolare interesse alla religione cattolica fino a prendere seriamente in considerazione l’idea del sacerdozio, tuttavia l’amore per il cinema – unitamente ad alcuni comportamenti disciplinari poco conformi alle regole del seminario – avrà il sopravvento. Decide quindi di frequentare la New York University, seguendo i corsi di letteratura inglese e di cinematografia. Dirige in questo periodo i primi cortometraggi in 16 mm, arrivando anche – dopo una lunga e travagliata lavorazione – a girare un lungometraggio, “Chi sta bussando alla mia porta?” (“Who’s That Knocking at My Door”), nel 1969. Il film viene messo in cartellone al Chicago Film Festival ma non trova un distributore.
Sono gli anni più acuti della contestazione contro la guerra nel Vietnam, Scorsese partecipa allora alla lavorazione del documentario sul leggendario concerto tenutosi a Woodstock nel 1969 e riprende le manifestazioni pacifiste nel cortometraggio “Scene di strada 1970” (“Street Scenes”); in questo periodo opera principalmente come supervisore di produzione per film ambientati nel mondo dei concerti: “Woodstock” di Michael Wadleigh, “Medicine Ball Caravan” di François Reichenbach, e “Elvis on Tour” di Pierre Adidge e Robert Abel.
Scorsese a questo punto decide di lasciare New York per Los Angeles. Accetta le offerte del produttore Roger Corman che lo vuole dietro la macchina da presa per “America 1929 – Sterminateli senza pietà” (“Boxcar Berta”), una pellicola ambientata negli anni della “Grande Depressione” che ha come soggetto il banditismo. Il film anticipa anche una delle tematiche più care al cineasta italo-americano, ovvero quella del peccatore che cade temporaneamente in disgrazia per essere, alla fine, redento.
Con la sua opera successiva “Mean Street”, questi tratti si accentuano. La pellicola in questione è generalmente considerata come il primo capolavoro di Scorsese, anche se la critica si è a lungo soffermata solamente su quello che considerava l’approccio cattolico del regista ai temi trattati. Compaiono gli anti-eroi, i gangster di strada, l’attenzione verso la violenza come soluzione dei conflitti, l’influenza delle radici etniche e del sistema di valori e tradizioni forniti dalla religione. Scorsese lavora per la prima volta con Robert De Niro, un giovane attore di origine italiana presentatogli da Brian De Palma, che diventerà ben presto come un fratello nella vita e un vero e proprio alter ego sullo schermo.
Non sono solo i suoi protagonisti a destare interesse, ma anche le novità tecniche: una regia minuziosa e virtuosistica, con una fotografia attenta alle luci ed estremamente ricercata, l’utilizzo della musica popolare come colonna sonora e le influenze rielaborate e mescolate in un connubio perfetto di neorealismo italiano, cinema indipendente americano alla John Cassavetes e di Nouvelle Vague francese – debiti peraltro sempre riconosciuti.
Prima di tornare a New York, gira ancora “Alice non abita più qui” (“Alice Doesn’t Live Here Anymore”) – che porta a Ellen Burstyne l’Oscar come migliore attrice – e il documentario autobiografico “Italoamericani” (“Italianamerican”), entrambi del 1974.
Con il 1976 arriva per Martin Scorsese il grande successo. Dopo lunghi anni di preparativi dirige “Taxi Driver”, celebrato con tre nomination agli Oscar e una Palma d’oro a Cannes, nel quale De Niro interpreta un reduce del Vietnam disadattato e solitario e una giovanissima Jodie Foster – a soli quattordici anni – fa il suo esordio nel cinema che conta. Il film è un successo di pubblico, anche se divide la critica. Alcuni vedono nell’eccessiva violenza e nei comportamenti anti-sociali di Trevis Bickle un modo per condannare il corso della destra più radicale americana uscita dagli scandali del Watergate, altri sottolineano come la violenza in Scorsese sia solo una delle componenti della realtà, sottolineando la ricerca costante di redenzione che muove il protagonista. Lo stesso regista affermerà – a sostegno di questa tesi –:
“mi sembra che qualsiasi persona dotata di buon senso debba riconoscere che la violenza non cambia il mondo e, se lo fa, lo fa solo temporaneamente”.
Dopo l’insuccesso di “New York, New York”, Scorsese torna ai documentari musicali, filmando l’ultimo concerto dal vivo del gruppo “The Band” in “L’ultimo valzer “(“The Last Waltz”). Nella pellicola compaiono numerosi artisti di fama, quali Bob Dylan, Van Morrison e altri ancora.
In seguito ad un periodo molto travagliato, sia a causa di una forte depressione che di un’improvvisa emorragia interna, Scorsese ritrova la voglia di fare cinema sollecitato dall’amico De Niro che gli propone di realizzare un film sulla vita del mitico pugile Jack LaMotta. Vede così la luce una delle migliori opere del decennio e una delle pietre miliari nella storia del cinema. “Toro scatenato” (“Raging Bull”) è realizzato completamente in bianco e nero, De Niro – autore di una vera e propria trasformazione fisica per calarsi nei panni del campione italoamericano – viene premiato con l’Oscar quale migliore attore, Scorsese invece, inizierà proprio da questo 1980 una lunghissima attesa che lo vedrà premiato come miglior regista soltanto nel 2007.
Nel 1979 suscita clamore la notizia del suo matrimonio, il terzo per il regista, con la famosa attrice Isabella Rossellini, figlia del cineasta Roberto e di Ingrid Bergman. L’unione, però, durerà pochi anni.
Tutti gli anni ’80 vedono uno Scorsese alternare capolavori a film più contestati. “Fuori orario” (“After Hours”) – piccolo gioiello indipendente – vince la Palma d’oro a Cannes, “Re per una notte” (“The King of Comedy”) e “Il colore dei soldi” (“The Color of Money”), sembrano, al contrario, progetti più commerciali per poter reperire i finanziamenti necessari alla realizzazione de “L’ultima tentazione di Cristo” (“The Last Temptation of Christ”), un progetto che ha in mente da molti anni. Proprio quest’ultimo titolo sarà al centro di una vasta polemica nella quale non esiterà a prendere parte lo stesso Vaticano, incitando i cristiani di ogni confessione al boicottaggio. Basato sul romanzo di Nikos Kazantzakis, il film si interroga sulla natura umana e non divina di Gesù, dipingendolo come un capo carismatico che ha i tratti di un emarginato sociale, oscillante tra il bene e il male e in definitiva – come dirà qualche critico – “un Messia sull’orlo di una crisi di nervi”.
In ogni caso Scorsese si conferma al tempo stesso un cineasta fra i più influenti e ricercati degli ultimi decenni e un esperto direttore d’orchestra, capace di tirare fuori le migliori interpretazioni dagli artisti con i quali lavora. Sotto la sua regia non solo De Niro e la Burstyn, ma anche Paul Newman, Joe Pesci e Cate Blanchett hanno vinto l’ambita statuetta degli Academy Awards. Altri attori del calibro di Jodie Foster, Winona Ryder, Sharon Stone, e Alan Alda hanno raggiunto, invece, la nomination.
Scorsese, però, intende il cinema a trecentosessanta gradi, il che significa non solo regia e sceneggiature. Compare in numerosi film come attore, riveste i panni del critico – per i celebri Cahiers du cinéma – e del produttore, svolge per qualche tempo il ruolo di docente alla New York University formando aspiranti registi tra i quali Oliver Stone e Jonathan Kaplan. Nel 1987 dirige il video musicale della canzone “Bad” di Michael Jackson e alcuni anni più tardi due spot per un noto stilista italiano. Importante è anche il suo impegno, che continua tuttora, nella Film Foundation, la quale si occupa della preservazione del patrimonio filmico internazionale.
Con gli anni ’90 Scorsese inizia una riflessione più approfondita sulle radici del suo cinema. Ai personaggi tormentati e solitari, emarginati, si accompagna il risalto maggiore dato alla famiglia, intesa sia come valore che come vincolo sacrale, unico punto di riferimento, anche morale, per l’individuo. Nascono così “Quei bravi ragazzi” (“The Goodfellas”), “Casinò” e il documentario “Il mio viaggio in Italia”. E proprio l’Italia, Venezia in particolare, gli assegnerà nel 1995 il Leone d’oro come riconoscimento all’intera carriera.
Contemporaneamente porta a termine il progetto de “L’età dell’innocenza” (“The Age of Innocence”), primo film intimista nei contenuti e manierista nelle forme del regista italoamericano, e di “Kundun”, pellicola incentrata sulla vita del Dalai Lama.
È però con “Gangs of New York” che Scorsese torna alle origini, ripensando la nascita degli Stati Uniti come successive ondate migratorie che ne hanno costruito l’identità attraverso lo scontro e la successiva assimilazione. Il film, intearmente girato negli studi di Cinecittà, riprende con decisione il tema della violenza, anche se a tratti si dimostra discontinuo. Nonostante la poderosa interpretazione di Daniel Day-Lewis e la presenza di Leonardo Di Caprio, nuovo attore-simbolo di Scorsese, la pellicola riceve solo un Golden Globe nella categoria drammatica. Le numerose nomination per gli Oscar rimangono sulla carta.
Due anni dopo, nel 2004, Scorsese vuole ancora Di Caprio nei panni del miliardario Howard Hughes per “The Aviator”, dando prova di una regia visivamente sfarzosa e senza uguali, grazie anche alle scenografie del premio Oscar Dante Ferretti. Ancora una volta otterrà la candidatura come miglior regista, senza portare a casa la statuetta.
Nel 2006 si decide, quindi, a girare un film per pura passione. Riprende un thriller del 2002 girato ad Hong Kong, “Infernal Affaire”, e ne adatta la sceneggiatura. Dimentica le produzioni faraoniche precedenti e torna alle tematiche che gli sono care, estremizzandole in un continuo gioco di specchi tra le vite dei due protagonisti, Matt Damon e Leonardo di Caprio. I confini tra il bene e il male si fanno sempre più labili, in un intreccio di doppiezza difficilmente risolvibile. Nel cast compare anche il grande amico Jack Nickolson, con il quale Scorsese non era mai riuscito a lavorare prima.
Il risultato è “The Departed”, che raggiunge le vette toccate dai suoi film più convincenti. Il regista può così – finalmente – ricevere il tanto atteso premio Oscar come miglior regista dalle mani degli amici Francis Ford Coppola, Steven Spielberg e Gorge Lucas, anche se la consegna del tanto atteso riconoscimento non aggiunge nulla ad un artista di per sé già fondamentale nella storia del cinema.
Nella primavera del 2008 è prevista l'uscita nelle sale del suo documentario sui Rolling Stones, "Shine A Light", frutto di una produzione eccezionale e della collaborazione con numerosi premi Oscar.
(
Martino Corazza)