Mauro Bolognini fu maestro indiscusso nella ricostruzione cinematografica minuziosa ed elegante di ambienti storici, spesso trasponendo su pellicola opere letterarie con notevole sensibilità espressiva.
Bolognini nasce a Pistoia, il 28 giugno del 1923. Dopo aver frequentato il liceo classico si iscrive alla facoltà di architettura a Firenze, esperienza che lascia una traccia indelebile sulle personali concezioni dell'immagine del futuro regista. Mostrata una predilezione particolare per la scenografia (frequenta infatti il Corso di scenografia al Centro Sperimentale di Cinema a Roma) inizia a collaborare in qualità di assistente con
Luigi Zampa, in film quali
"Anni difficili" (1948) e
"Processo alla città" (1952). Ha esperienze anche in Francia, a fianco di
Marc Allegret e
Jean Delannoy, e nel 1953 approda alla regia con il film
"Ci troviamo in galleria", con
Sophia Loren.
Bolognini perfeziona la sua arte in alcuni film di minor spessore, fino ad arrivare alla realizzazione de
"Gli innamorati" (1955), vivace ritratto delle vicende di cuore di alcune coppie in un quartiere popolare romano. L'anno successivo Bolognini dirige
"Guardia, guardia scelta, brigadiere e maresciallo" (nel cast affianca
Alberto Sordi una rosa di attori quali
Gino Cervi,
Peppino De Filippo,
Aldo Fabrizi e
Nino Manfredi), a cui fa seguito
"Marisa la civetta" (1957), film che segna l'esordio della collaborazione di Bolognini con
Pier Paolo Pasolini. Inizia a manifestarsi qui uno dei tratti tipici di tutto il cinema di Bolognini, cioè il suo legame con il mondo letterario.
Sempre affiancato da Pasolini nel ruolo di sceneggiatore realizza
"La notte brava" (1959) e
"La giornata balorda" (1960), entrambi i film più vicini ai temi di borgata pasoliniani che al raffinato universo del regista. Ma è con la realizzazione de
"Il bell'Antonio" (1960) che l'estetica di Bolognini si esprime nella sua forma più pura. La pellicola attira lodi per la ricercatezza dello stile dimostrata, ma anche numerose critiche che accusano la pellicola di un formalismo sterile. Si tratta comunque di un film importante nella carriera di Bolognini, poichè rappresenta il primo soggetto tratto da un'opera letteraria. A questa seguiranno altre ricostruzioni storiche tratte da romanzi, come
"La viaccia" (1961), dall'opera verista di
Mario Pratesi, o
"Senilità" (1962), dal libro omonimo di
Italo Svevo. Bolognini interviene sulle trame originali, in particolare attualizzandole e trasponendole in ambientazioni a lui contemporanee. Entrambi i film sono considerati tra le massime realizzazioni del regista, per l'impegno realista e il rigore stilistico.
Bolognini realizza ancora un paio di lungometraggi (nel 1962
"Agostino", da un lavoro di
Alberto Moravia, e
"La corruzione", girato l'anno successivo) per poi dedicarsi ad una serie di film ad episodi (tra gli altri
"Le bambole",
"Le fate",
"Le streghe", rispettivamente del 1965, 1966 e 1967). Dopo
"Arabella" (1967) e
"Un bellissimo novembre" (1967) ritorna ad accostarsi alla letteratura contemporanea, e più in particolare all'opera di
Vasco Pratolini, dirigendo
"Metello" nel 1970.
Gli anni settanta segnano un periodo minore nella produzione del regista, che rimane comunque sempre attivo e presente nelle varie edizioni di festival internazionali. Il suo gusto per la riduzione di opere letterarie continua con
"L'eredità Ferramonti" (1976), mentre restano numerosi gli attori di fama a partecipare alle sue realizzazioni:
Giancarlo Giannini e
Catherine Deneuve in
"Fatti di gente per bene" (1974),
Anthony Quinn nel già citato
"L'eredità Ferramonti",
Isabelle Huppert in
"La dama delle camelie" (1980) e
Liv Ullmann in
"Mosca addio" (1987).
Con il 1981 si avvicina alla televisione, realizzando a puntate
"La certosa di Parma", co-produzione italo-franco-tedesca. Ancora per la TV realizza nel 1988
"Gli indifferenti". La carriera si chiude nei primi anni novanta, dopo la realizzazione di un filmato su Palermo in occasione dei Mondiali di calcio del 1990 e dell'ultimo lungometraggio
"La villa del venerdì" (1992).
Il regista si spegne, a Roma, il 14 maggio del 2001.
(
Filippo Ozzola)