Mi è caro il tema della differenza tra talento e passione (...) I giovani spesso non sanno che non è sufficiente essere appassionati, sognare, innamorarsi di una professione per raggiungerla (...). L'approccio al talento non si programma. Sono convinto che ognuno sia portatore di un talento e debba scoprire di quale. -
Pupi AvatiNel cinema sono pochi i nomi che hanno dato prova di tanta versatilità e
Pupi Avati è fra questi.
Nello scorrere i suoi titoli si resta sorpresi dalla varietà di generi cui si è dedicato con la macchina da presa e con lui il cinema tocca quasi tutte le sfumature:
avventura, filone
drammatico,
horror,
noir,
romantico,
storico e persino
thriller.
Un vero inno all’eclettismo, Avati. Pupi (in realtà Giuseppe) nasce nel novembre del 1938 a Bologna, in una famiglia della borghesia, e mostra sin da piccolo una passione che nulla a che vedere con i set cinematografici: la musica.
Ammaliato dal
jazz, in gioventù si esibisce col clarinetto, in una banda in cui muove i primi passi anche un altro nome ben noto:
Lucio Dalla.
Ma, come avrebbe ammesso lui stesso, il suo talento in quel campo non era abbastanza e dunque ha intrapreso una strada diversa, che lo ha portato non solo ad essere un notissimo regista, ma anche uno sceneggiatore e un produttore cinematografico.
Il suo esordio risale al 1968 con
“Balsamus, l’uomo di Satana”, un film nel quale si uniscono
gotico e
grotesque e che segna l’inizio del suo “periodo
horror”. L’anno seguente continuerà infatti con
“Thomas e gli indemoniati” dove per la prima volta si vedrà un volto amatissimo del nostro cinema:
Mariangela Melato. La pellicola non sarà praticamente distribuita: il
fantasy nostrano non è molto approvato e apprezzato.
E’ dopo un periodo di silenzio che inizia a proporre lavori sempre più intensi e innovativi, dirigendo artisti del calibro di
Paolo Villaggio e
Ugo Tognazzi e scrivendo sceneggiature per
Mario Lanfranchi e
Pier Paolo Pasolini.
Ma il successo e il riconoscimento arrivano per
Pupi Avati nel 1976 con
“La casa dalle finestre che ridono”, un altra incursione nell’
horror in cui però traspare una particolare vena di malinconia che caratterizzerà i suoi progetti seguenti.
Avati mostra nei suoi film (anche attraverso la musica) un sapore poetico per la nostalgia e il ricordo del passato, come si vede nel pluripremiato (con due “Nastro d’argento”)
“Una gita scolastica” (1983) in cui si trova un attore a lui molto caro,
Carlo Delle Piane e in cui si ripercorre il tempo al contrario, narrando i ricordi di un’anziana signora che ritorna con la mente a un attimo della sua giovinezza.
Produttivo per tutto gli anni Ottanta pur con un certo oblio, nel 1989 vincerà il “David di Donatello” e un’altra coppia di “Nastri d’argento” per “Storie di ragazzi e di ragazze”.
Negll’ultimo decennio lo abbiamo visto dirigere con tocco lieve e delicato
“Il testimone dello sposo” (1998),
“La via degli angeli” (1999) e, tratto da un libro di cui è autore,
“I cavalieri che fecero l'impresa”.
E’ recente anche l’altro titolo che gli ha fatto nuovamente guadagnare un David:
“Il cuore altrove”, un affresco di sentimenti toccanti e fragili in cui recitano
Vanessa Incontrada e
Neri Marcorè.
In seguito è il turno di
“Ma quando arrivano le ragazze?” (2005), in cui affronta proprio il tema del talento musicale inserito nelle storie di una coppia di amici e di una ragazza che ha il viso fresco di
Vittoria Puccini.
Le ultime opere di
Pupi Avati sono
“La seconda notte di nozze” (2005) di cui è anche autore, sempre con Marcorè e con una sorprendente
Katia Ricciarelli e
“La cena per farli conoscere” (2006), con la Incontrada e
Diego Abatantuono, figure ormai usuali nei suoi film.
La carriera di questo gentile e pacato signore del cinema italiano promette d’essere ancora lunga e sempre più improntata a un’eleganza stilistica che si perde in ritratti umani di spessore.
Pupi Avati, coi suoi attori prediletti (che ritornano, ciak dopo ciak, con una fedeltà quasi coniugale), con la struggente ricerca della memoria e dell’incanto, resta, a oggi, uno di quei maestri poliedrici ormai così rari e preziosi di cui la settimana arte nostrana non può certo fare a meno.
(
Alessia Ghisi Migliari)