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Sergio Leone

N/A - Musicista (1), Attore (6), Regista (28), Produttore (6), Sceneggiatore (22)

photo“Il cinema dev’essere spettacolo, è questo che il pubblico vuole. E per me lo spettacolo più bello è quello del mito” - Sergio Leone


Regista, attore e sceneggiatore italiano, ha sperimentato tutti i lavori che il mondo della celluloide può offrire. Figlio d’arte, si è affermato a partire dagli anni Sessanta come uno dei registi più innovativi di sempre, rielaborando in chiave personale i temi classici del genere “western”. Rivoluzionario anche per quanto concerne la tecnica della regia, Sergio Leone è sempre stato escluso dall’assegnazione dei grandi premi, diventando però un punto di riferimento inevitabile non solo per gli spettatori ma per chiunque si interessi di cinema.


Sergio Leone nasce a Roma il 3 gennaio del 1929, figlio unico del regista di origine irpina Vincenzo – pioniere del cinema muto sotto lo pseudonimo di Roberto Roberti – e dell’attrice Bice Valerian. La sua, quindi, appare una strada tracciata fin dalla nascita tanto che dichiarerà: “io sono pressoché cresciuto nel cinema. Entrambi i miei genitori ci hanno lavorato. La mia vita, le mie letture, ogni cosa ruotava intorno al cinema”. Curiosamente, proprio i suoi genitori saranno regista e co-protagonista del primo western nostrano, “La vampira indiana”, girato nel 1913.

L’altra influenza determinante, oltre alla professione del padre e della madre, deriva dal contatto con le truppe statunitensi che occupano Roma durante e dopo la guerra: Leone nota con sorpresa tutta la differenza che intercorre tra l’immagine degli americani che si era venuta a creare in lui attraverso le pellicole di Hollywood e la realtà, traendone una lezione duratura che lo aiuterà ad elaborare il suo personalissimo punto di vista sull’America della Frontiera.

Viene educato dai padri lassalliani, anche se la sua formazione deve molto ai primi fumetti che arrivano da oltre Oceano e ai film di Chaplin e di John Ford.

Durante gli anni del fascismo prima e della guerra poi, la carriera del padre incontra notevoli resistenze a causa delle sue idee politiche, ma il regista riesce comunque a portare a termine un paio di lavorazioni: il giovane Sergio avrà così la possibilità, a soli dodici anni, di vivere in prima persona l’atmosfera di Cinecittà e di scorrazzare liberamente sui set dei maggiori registi italiani dell’epoca, come Blasetti o Camerini. Da quel giorno Leone non si allontana più da questo ambiente. Si iscrive alla facoltà di giurisprudenza più per accondiscendere alle richieste dei genitori che per vero interesse, tanto che ben presto deciderà di dedicarsi completamente al cinema: “ero a Cinecittà per restare. Inamovibile e irresistibile come John Wayne con la sella sulle spalle in ‘Ombre rosse’, mentre aspetta d’essere raccolto dalla diligenza di John Ford e scaraventato nella storia del cinema. Non sarebbero bastati, per tirarmi via da Cinecittà, un carro attrezzi o una minaccia di deportazione”.

Tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta compie un lungo tirocinio che lo vede fare esperienza nel ruolo di assistente ad oltre cinquanta regie. Tra queste, nel 1948, è l’aiuto volontario – cioè non pagato – di Vittorio De Sica per “Ladri di biciclette”, film nel quale compare brevemente nei panni di un seminarista. Nel 1949 Vincenzo Leone decide di ritirarsi dalle scene, si rinsalda così in Sergio la convinzione che il cinema sia la sua strada e matura la ferrea volontà di portare avanti il lavoro paterno mettendo in secondo piano gli esami universitari. Grazie alle conoscenze familiari si occupa prima di alcuni film d’opera come “La Traviata”, “Faust”, “Il Trovatore”, poi svolge molteplici mansioni – oltre a quella diventata stabile dell’aiuto regista – quale segretario di produzione e di edizione. Diventa molto richiesto, soprattutto dal cinema statunitense che in quegli anni utilizza gli studi cinematografici romani per numerosi grandi progetti.

Sergio viene preso sotto l’ala protettrice degli amici del padre: Gallone, Camerini ma soprattutto Mario Bonnard. Quest’ultimo lo ospita in un appartamento della propria palazzina – nel quale resterà per lunghi anni –, lo introduce in un giro di conoscenze romane che va da Aldo Fabrizi ad Alberto Sordi, e gli affida la regia di un film che lui stesso avrebbe dovuto dirigere. Nel 1959, infatti, Bonnard ha in programma la realizzazione del peplum “Gli ultimi giorni di Pompei”, ma la sua salute non gli consente questo sforzo: decide di proporre Sergio Leone come suo sostituto, dandogli la possibilità, quindi, di compiere il grande salto. Leone dirigerà effettivamente il film, anche se risulterà ufficialmente come aiuto regista.

Il 1959, nei fatti, è un anno di svolta. Si sposa con Carla Ranalli, una danzatrice classica dell’Opera di Roma, affronta la scomparsa del padre Vincenzo e partecipa, sempre come aiuto, ad una produzione hollywoodiana di enorme successo: “Ben Hur” di William Wyler. Grazie all’esperienza accumulata, due anni dopo riesce a produrre un film spettacolare, sempre del genere in costume, che contrassegna la sua prima regia ufficiale. “Il colosso di Rodi”, del 1961, è infatti uno degli esempi più limpidi di quello che Leone riesce a fare pur avendo a disposizione risorse finanziarie estremamente limitate. Il tempo dei “sandaloni” è volto però al termine, e il regista romano vive un periodo di forzata inattività in attesa di nuove idee.

Nel 1962, insieme agli amici Corbucci e Tessari, assiste alla proiezione de “La sfida del samurai” di Akira Kurosawa, e decide di riadattarlo per un’ambientazione western senza chiedere però il permesso al regista giapponese. Pur con enormi problemi legati al budget e alle location spagnole, nel 1964 vede la luce il suo primo capolavoro: “Per un pugno di dollari”. Leone si firma con lo pseudonimo di Bob Robertson – omaggio alla figura del padre – e nel film compaiono un già affermato Gian Maria Volontè, sotto il nome di John Wells, oltre ad un giovane attore americano, molto popolare in patria, che diventerà l’emblema del nuovo cinema western: Clint Eastwood.

Il successo del film impone regista ed attori all’attenzione del pubblico e della critica. Ulteriore pubblicità deriva dalla causa intentata da Kurosawa per ottenere il riconoscimento dei diritti sul soggetto: alla fine il futuro premio Oscar giapponese avrà l’esclusiva delle royalties per Giappone, Taiwan e Corea del Sud, oltre al 15% degli incassi mondiali.

Leone, nel passaggio tra il declino del genere mitologico e la rinascita dei film legati alla Frontiera, ha l’indiscusso vantaggio di essere tra i primi a sperimentare un nuovo linguaggio, sia in termini di contenuti che di innovazione tecnica. Alterna, infatti, campi molto lunghi a primi piani e soggettive, dilatando il ritmo della pellicola fino a basare intere scene sui silenzi fra i protagonisti, cogliendone i minimi dettagli interpretativi. La struttura narrativa, invece, si ricollega direttamente alla tradizione classica del teatro, con la creazione di caratteri molto netti e caricaturali, anche se dotati di una minuziosa struttura psicologica, lasciata però trasparire più dalle immagini che dai dialoghi.

Il regista romano assorbe la lezione neo-realista tratteggiando dei protagonisti che si discostano dagli stereotipi classici di Hollywood, per creare un mondo dove tutti sono, fondamentalmente, degli anti-eroi e i confini tra il bene e il male sono estremamente labili. Oltre ai dati stilistici, i film di Leone saranno resi celebri anche dalle colonne sonore del compositore Ennio Morricone, che in breve tempo diventeranno un vero e proprio marchio di fabbrica di quelli che saranno conosciuti in tutto il mondo come “spaghetti-western”.

Visto il successo al botteghino, la produzione concede a Leone finanziamenti e mezzi sempre crescenti, permettendogli di sfruttare una formula collaudata per completare la sua “trilogia del dollaro” con i due titoli seguenti: “Per qualche dollaro in più” e “Il buono, il brutto e il cattivo”.

Con l’affermazione professionale, arrivano anche le offerte più interessanti. Nel 1968 Leone viene invitato negli Stati Uniti dalla Paramount per realizzare un progetto a lungo coltivato e che nei suoi intenti dovrebbe rappresentare il suo capolavoro, “C’era una volta il West” (“Once Upon a Time in the West”). La studio gli mette a disposizione un budget enorme, le locations sono quelle del vero “West” americano e il cast è di prim’ordine: Henry Fonda, Charles Bronson e Claudia Cardinale. Il soggetto, curato da Leone e da due giovani registi italiani – Bernardo Bertolucci e Dario Argento – si configura come un enorme poema epico su quella che per Leone è stata la conquista della Frontiera, sulla sua fine, sui suoi protagonisti e allo stesso tempo un omaggio a tutto il genere “western” che in quegli anni sta scomparendo definitivamente.

Il girato voluto da Leone viene però rimaneggiato dalla Paramount, motivo per il quale il film esce nelle sale con una veste diversa rispetto a quella pensata dal regista. All’inizio la pellicola non riscuote molti consensi, ma viene enormemente rivalutata nel tempo, tanto da diventare non solo uno dei classici del genere, ma addirittura una vera e propria summa della settima arte come spiegherà Quentin Tarantino: “Ho deciso di diventare regista quando in televisione ho visto ‘C’era una volta il West’. Guardare quel film è stato come aprire un libro sull’arte della regia”.

Il progetto successivo, del 1971, è “Giù la testa” (“A Fistful of Dynamite”), forse il film più amato dallo stesso Leone, nel quale il regista dispiega la sua intima riflessione sulla politica e sui rapporti umani, scegliendo come ambientazione il Messico della “Revolucíon”. Otterrà così uno dei pochissimi premi della sua carriera, il David di Donatello per la migliore regia.

Quindi Leone si dedica integralmente alla realizzazione di un’idea che lo assorbirà per i successivi dieci anni. Rifiuta importanti regie – sembra anche quella de “Il padrino” (“The godfather”) – e concentra i suoi sforzi su un’altra storia dai contorni epici, ambientata però in tempi più vicini. Nasce così “C’era una volta in America” (“Once Upon a Time in America”), considerato da molti il vero capolavoro ed il testamento spirituale di Sergio Leone. Questo film sarà infatti l’ultima pellicola diretta dal regista romano.

Come per i film precedenti, le manomissioni dello studio di produzione sul girato sono consistenti, tanto che “C’era una volta in America” otterrà notevoli consensi in tutto il mondo tranne che negli Stati Uniti, dove incomincerà ad essere apprezzato solo a seguito della visione del montaggio originale.

Leone torna in Italia e si immerge nella preparazione di un film a carattere storico. Vorrebbe infatti ambientare la nuova sceneggiatura in piena Seconda guerra mondiale, durante l’assedio di Leningrado, ma il 30 aprile del 1989 viene colto da un infarto, che pone fine alla sua vita. Oltre a questo progetto lascia incompiuta anche l’idea di mettere mano al remake di “Via col vento” (“Gone with the Wind”), che reputava essere stato trasposto in maniera alquanto deludente sul grande schermo.


(Martino Corazza)

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