Il genere
noir viene definito per la prima volta da due critici francesi (
Frank e
Charter), nel 1946.
Il termine stava ad indicare un gruppo di film, anche molto diversi tra loro, girati negli Usa tra gli Anni ’30 e ’40.
I tratti del genere possono essere individuati più che in aspetti di regia e trame comuni, in un‘atmosfera cupa, dove dominano i toni scuri e forti contrasti cromatici tra bianco e nero (importati dall'espressionismo tedesco grazie ad autori emigrati in America come
Fritz Lang).
Nei film capostipiti del genere come
"Il grande sonno" di
Howard Hawks e
“La fiamma del peccato” di
Billy Wilder a dominare, più che le trame precise in ogni dettaglio tipiche del
poliziesco, sono gli elementi emotivi, irrazionali, quasi onirici, uniti ad un destino cui non si può sfuggire, tipico della tragedia.
Ad incarnare alla perfezione queste atmosfere il personaggio della
dark lady, figura caratteristiche dei film noir, donna seduttrice, splendida ma fredda, che trascina il protagonista (generalmente un detective "alla
Humphrey Bogart") in una spirale di crimini e delitti.
Il genere negli Anni '70 viene importato in Francia, dove finisce per assumere connotati propri (il cosiddetto
polar), con le tipiche ambientazioni nei bassifondi di Marsiglia.
Le successive riletture hollywoodiane del genere hanno rivisitato la figura del detective privato con maggiore ironia e disincanto (è il caso de
"Il lungo addio" di
Robert Altman e
"Chinatown" di
Roman Polanski.
Forse i veri eredi della tradizione noir, più che in registi di polizieschi o
thriller, vanno ricercati in autori in cui dominano le componenti oniriche ed irrazionali del crimine, primo tra tutti il
David Lynch di
"Velluto blu".